Farneticazioni di una mente in equilibrio precario: ovvero diamoci una mossa e lottiamo per una vita dignitosa! NO AL PRECARIATO E AI SALARI DA FAME!
Beppe Grillo ha raccolto una serie di lettere di precari e ne ha fatto un libro, "Schiavi Moderni", disponibile in formato cartaceo o scaricabile gratuitamente dal sito.

Non ho ancora avuto modo di leggerlo, ma non posso che essere contento che un personaggio pubblico come Grillo si occupi di dare voce al precariato.
Nel video inserito alla fine del post potete vedere Grillo in visita al Ministro del Lavoro Damiano nell'atto di consegnargli il libro.
Leggendo, però, la nota pubblicata sul suo sito a commento dell'iniziativa, non posso fare a meno di fare una critica al buon Beppe... La nota contiene un'inesattezza colossale, che aggiunge un altro tassello all'opera di disinformazione che da anni tenta di nascondere le magagne della classe politica di "pseudo" sinistra che ci ritroviamo al governo...
La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi e creare i nuovi schiavi moderni.

Non me ne vogliano le famiglie italiane, ma non posso fare a meno di dire la mia sul Family Day.
Pur di compiacere il Vaticano, oggi sono scesi in piazza contro i DICO quei politici che a casa propria infrangono la dottrina cattolica senza alcun problema, divorziando e risposandosi a più riprese.
Quello che più indigna non è solo prendersela con coloro che vorrebbero riconosciuti uguali diritti alle coppie di fatto. La grande ipocrisia insita nell'organizzare questa festa è nel far credere che l'unica minaccia della famiglia siano i DICO.
Certo, come no...
Ma chi vogliono prendere in giro?
Noi giovani sappiamo bene qual è il vero pericolo per la famiglia... Lo sperimentiamo sulla nostra pelle ogni giorno che il futuro ci viene negato. Avete capito bene, cari signori che indegnamente occupate poltrone che siete solo in grado di scaldare... Sì, sto parlando del PRECARIATO.
È vero o no, che è il PRECARIATO il vero nemico della famiglia? È vero o no, che senza un salario adeguato e stabile è difficile se non impossibile creare una famiglia? È vero o no, che un giovane è costretto a farsi aiutare dai genitori per andare avanti? È vero o no, che sapete benissimo che i nostri figli non avranno genitori in grado di aiutarli?
E Lei, caro Ratzinger, in qualità di rappresentante supremo della Chiesa cattolica, che si scaglia con energia contro chi minaccia la famiglia e lancia i suoi strali contro le unioni civili, come mai non tuona contro le multinazionali, contro le società finanziarie, contro le banche, contro gli squali che gestiscono il potere politico e restringono ogni giorno che passa il diritto dei cittadini a una vita dignitosa?
Sapete meglio di me, piccola e insignificante pedina nel vostro ingranaggio, che è questa la vera minaccia contro la famiglia. Non certo i DICO.
Polemicamente vostro,
IlVendicatore.
Cari precari internauti, vi annuncio un'iniziativa che ci riguarda:
i bloggers Almost30 e Arashi hanno scritto il copione del primo capitolo della trilogia "La Ballata dei Precari", dal titolo "Stragisti".
A quanti di voi hanno proposto stage? In quanti anelano a uno stipendio e si ritrovano a fare l'eterna gavetta ritrovandosi come secondo nome Monica, in onore della più nota stagista del mondo, la cara Lewinsky?
Bene, ora, cari stRagisti, siete protagonisti! Fatevi sotto! Stanno reclutando attori per il cortometraggio che si girerà nel weekend a Roma a titolo gratuito.
Per partecipare al provino, inviate un video su You Tube. Per le istruzioni visitate il sito dell'iniziativa:
Di fronte al continuo sfacelo dei diritti dei lavoratori e alla perdita di prospettive per noi giovani precari del secondo millennio, mi trovo a riflettere su una ricorrenza... Sono passati 30 anni da quel 1977 che sembra oggi così lontano.
In quell'anno si condensarono lotte violente, scontri di piazza, omicidi di giovani manifestanti: il fuoco della ribellione esplosa nel '68 era stato riacceso da una rabbia e una violenza ancora maggiori.
I giovani di allora si sporcavano le mani con una politica che ancora ritenevano uno strumento di cui potersi appropriare per riportare giustizia sociale...
Quel '77 fu lo spartiacque che portò alla luce tutte le contraddizioni di un paese reduce da un repentino boom economico che aveva creato l'illusione che l'Italia fosse un paese avanzato, quando in realtà nel dopoguerra gran parte della popolazione era ancora analfabeta e negli anni '60 a Roma continuavano a esistere le baraccopoli...
I giovani di allora non volevano rassegnarsi di fronte alle profonde ingiustizie del capitalismo che vive del plusvalore sottratto ai lavoratori, cui non rimangono che poche briciole per sopravvivere.
Quei giovani lottavano per le strade, nelle piazze, nelle università, purtroppo con una violenza che in molti casi vedeva schierati giovani contro altri giovani, le due opposte fazioni - comunismo e fascismo - residuo di una guerra civile mai risolta che si trascinava dal periodo della resistenza.
E così i burattinai che abilmente manovrano le fila del potere politico ed economico gettavano benzina sul fuoco affinché l'energia ribelle e rivoluzionaria si canalizzasse contro giovani dalle idee politiche opposte, anziché contro lo stato e i suoi sostenitori.
Il mantenimento dell'ordine pubblico vedeva schierati contro questi due gruppi di giovani le forze dell'ordine, la manovalanza dello stato, quei poliziotti proletari che, pur stando dalla parte del torto, Pasolini ha difeso in una sua poesia del '68 ( Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano ).
Di nuovo, giovani contro altri giovani, mentre dall'alto, al riparo nelle stanze dei bottoni, i potenti abilmente schivavano le richieste provenienti dalle classi lavoratrici.
E il seguito lo conosciamo tutti: attentati terroristici, brigate rosse, brigate nere, anarchici, il sequestro Moro, la strage di Bologna...
Tanta, troppa violenza, che ha sporcato gli ideali di quei giovani degli anni '70 con il sangue ed ha allontanato tutti gli altri dalla politica e dal sogno di cambiare il mondo.
E non sono pochi quelli che sono finiti nel tunnel dell'eroina, quelli che sono andati in carcere per associazione eversiva e lotta armata, quelli che sono fuggiti all'estero per evitare l'arresto, quelli che hanno saputo abilmente ripulirsi dalle macchie e, indossando un doppiopetto, inserirsi nella società, andando ad occupare posti di rilievo in politica, nelle istituzioni, nel giornalismo...
Tanta voglia di ribellarsi al sistema dov'è andata a finire? Soppressa dalla strategia della tensione, seppellita da Tangentopoli, dalle giornate di Genova, dalle nuove BR, dagli omicidi D'Antona e Biagi... E di nuovo dal rispuntare delle BR...
È chiaro, lampante. La strategia della tensione è ancora una ricetta infallibile per mettere a tacere chi alza la testa e rivendica diritti.
Ma c'è qualcosa che ci differenzia, e molto, dagli anni '60 e '70: il sistema ha inventato un metodo a prova di rivoluzione per sopire il malcontento.
Questo metodo si chiama PRECARIATO.
Se sei precario, come fai a scioperare? Il licenziamento è garantito. E la miseria che regna sovrana, nel Sud Italia e nel Sud del mondo? Significa manodopera pronta a prendere il posto dello "sprovveduto" che osi protestare contro il suo misero stipendio precario.
E l'informazione? Ha preso una piega ancora più perversa: basta non parlarne, perchè un evento non esista. Meglio non raccontare nulla di scioperi e manifestazioni, l'importante è parlare dei disagi arrecati ai pendolari o ai viaggiatori quando si fermano i lavoratori di aeroporti e trasporto pubblico. L'importante è screditare le manifestazioni di protesta, paventando atti vandalici, ritorno delle Br e chi più ne ha più ne metta.
E intanto in un paese "avanzato" come il nostro, in tanti non arrivano a 800 euro al mese, in tanti non hanno lo stipendio ogni mese, perciò non possono comprare casa né metter su famiglia. O peggio, devono appoggiarsi ai genitori.
E noi? I genitori di domani? Che di questo passo non avremo nemmeno la pensione? Che aiuto potremo dare ai figli che verranno, se non riusciamo nemmeno ad essere autosufficienti economicamente?
Sono domande che finora non hanno trovato risposta.
Vi lascio con un estratto del libro "La Strage di Stato", controinchiesta di Di Giovanni, Ligini e Pellegrini, un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare, scritta tra il '69 e il '70, che trovate pubblicata integralmente qui.
Ovviamente non va presa per oro colato, perché è comunque filtrata attraverso la lente dell'ideologia di chi l'ha scritta, ma se letta con gli strumenti critici adeguati, contiene spunti interessanti che aiutano a capire meglio perché siano falliti i movimenti di protesta degli anni '70.
"La "strategia della tensione", per potersi realizzare, necessita di un contesto storico, politico e sociale pieno di profonde contraddizioni in cui possa inserirsi un'azione spregiudicata che tenda a spostare il terreno della lotta politica sul terreno dello scontro frontale con le forze dell'ordine, in modo da trasformare il rapporto tra lavoratori e Stato in un problema di ordine pubblico. La crisi storica del centrosinistra, le spaccature che sono state provocate al suo interno dalle lotte dei lavoratori, pongono in evidenza la doppia anima del centrosinistra, l'una riformista, l'altra centrista e conservatrice nella quale trova credito e spazio la componente reazionaria guidata dai socialdemocratici e dalla destra democristiana. Da questo scaturisce una paralisi dell'iniziativa politica, determinata dalla necessità di accantonare i problemi strutturali della società; e proprio qui si innesta il ricatto socialdemocratico che richiede o il completo allineamento a una politica conservatrice oppure la crisi al buio che possa consentire i più ampi margini di manovra alle forze reazionarie annidate nel parlamento, nell'apparato, nella burocrazia, nella classe imprenditoriale.
A tale scopo, mancando le condizioni obiettive che permettano soluzioni di questo tipo, si provoca a freddo un clima interessato di allarmismo con le continue minacce di scioglimento delle camere e di elezioni anticipate, con le ricorrenti minacce di colpo di stato, [...], con la provocazione promossa dall'apparato burocratico e poliziesco [...].
Un disegno di questo genere conta sulla possibilità di eccitare l'opinione pubblica contro i pericoli che minacciano le istituzioni democratiche, pericoli rappresentati dagli "opposti estremismi" e dalla impossibilità per le forze di polizia di mantenere l'ordine. Si cerca infatti di perseguire una guerra di logoramento che acuisca la sfiducia dei cittadini e quindi predisponga il terreno per l'accettazione supina di avventure reazionarie o paragolliste".
In un paese in cui gran parte dei giornalisti evita di offendere i poteri costituiti, tocca ai programmi satirici informarci e fare inchieste. Come quella delle Iene, che spiega benissimo perché il Parlamento italiano se ne frega altamente del lavoro precario.
Ecco il servizio “Onorevoli Portaborse”, andato in onda nella puntata di lunedì 5 marzo… Inutile qualsiasi commento.
[N.B. Purtroppo ho riscontrato dei problemi nella visualizzazione del video con il browser Mozilla Firefox. La visione è ottimale con Internet Explorer. Mi scuso per l'inconveniente.]
Non so quanti di noi se ne sono accorti, ma in questi giorni di governo allo sbando, esprimere un’opinione diversa dagli altri è motivo di espulsione. Dov’è la democrazia, se una persona, per coerenza verso i propri elettori si dichiara contraria alla guerra e per questo viene radiato dal proprio partito?
È successo al senatore, ormai ex PRC, Franco Turigliatto, colpevole di non aver votato il rifinanziamento alla missione in Afghanistan e di aver contribuito alla crisi del governo.
Un sedicente governo di centrosinistra che durante la sua campagna elettorale ci ha bombardato per mesi sulla necessità di dire basta alla guerra, ora si indigna e si vendica se un politico della propria coalizione resta coerente con l’impegno preso nei confronti dei propri elettori?
Accusare di tradimento un uomo che ha mantenuto fede alla promessa fatta agli elettori è davvero il colmo!
E che dire della nostra povera e vituperata Costituzione, tirata in ballo solo quando fa comodo?
ART. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;
Eppure, la paura dello zio Sam, cui siamo legati da un patto di sangue e dai miliardi elargiti con il Piano Marshall nel dopoguerra, e la paura di perdere la tanto amata poltrona spingono il Partito di Rifondazione Comunista a espellere un proprio compagno dal partito. Neanche fossimo in Unione Sovietica durante la dittatura di Stalin.
Per chi non l’avesse letto, ecco l’articolo pubblicato il 23 febbraio sul Corriere della Sera:
Giordano: «Turigliatto fuori dal partito»
Il segretario del Prc propone l'espulsione per il senatore ribelle: «Il suo atteggiamento ha colpito la nostra immagine»
ROMA - Il tempo per Turigliatto è scaduto. Il Prc lo sta per cacciare. Il segretario Giordano ha proposto l'espulsione del senatore ribelle che con la sua astensione al Senato ha contribuito a mandare sotto il governo aprendo di fatto la crisi.
DEFERITO - «Non mi nascondo che la nostra immagine è stata colpita dall'atteggiamento di Turigliatto - spiega Giordano - Siamo stati travolti da questa immagine e non lo nascondo. Qui voglio ribadire il giudizio negativo di un modo di fare politica totalmente autoreferenziale e distruttivo». È un giudizio di severa censura quello che il segretario del Prc pronuncia nei confronti del senatore. Rifondazione intende correre ai ripari e prepara una richiesta di deferimento per il senatore dissidente presso gli organi di garanzia del partito. Primo passo formale verso l'uscita. «Per me - continua Giordano- c'è un problema di incompatibilità del compagno Turigliatto verso la nostra linea politica stabilita dal congresso. Nel nostro partito il dissenso non è mai stato messo in discussione. Per questo voglio ringraziare i senatori che, pur avendo manifestato il proprio parere contrario al Senato, hanno poi votato rispettando il vincolo di maggioranza».
Ed ecco l’ANSA di ieri sera, 1 marzo:
TURIGLIATTO ESPULSO DA RIFONDAZIONE
Dopo l'allontanamento dal gruppo del Senato e il 'processo' subito nell'ultima direzione, Franco Turigliatto, il senatore 'ribelle' di Rifondazione, è stato espulso dal partito. La decisione è del collegio nazionale di garanzia. La colpa, si legge nelle motivazioni, è del voto negato al governo sulla politica estera, che ha reso il senatore ribelle "corresponsabile primo della crisi", colpevole del possibile "ritorno della destra al governo". E ha fatto trovare il Prc "sotto attacco", consentendo il tentativo di "spostare l'asse politico del governo". I capi d'accusa sono "violazione grave dello Statuto" e "grave pregiudizio all'organizzazione del partito".
La sanzione è "l'allontanamento" per il tempo massimo previsto dallo statuto, due anni. Solo dopo Turigliatto potrà provare a richiedere la tessera. "E' stata una decisione sofferta, ma giusta. Il regolamento interno prevede il rispetto della linea politica del partito", commenta a caldo Giovanni Russo Spena. Lui, Turigliatto, contrattacca. "E' una scelta che mi addolora - dice il senatore, ormai ex Prc, che convoca una conferenza stampa dopo l'annuncio del partito - Faccio politica dal 1965, essere messo fuori dal mio partito mi fa male. Non solo: è la prima volta in assoluto che Rifondazione espelle qualcuno, pensavo che questa pratica fosse ormai passata di moda".
Ma il vertice del Prc non fa sconti. A Turigliatto replica direttamente il segretario Franco Giordano: "Da una posizione di privilegio come quella parlamentare non si può cambiare la linea scelta dal partito". Il senatore è fuori da Rifondazione, dunque, ma non ancora da Palazzo Madama. Pur confermando le dimissioni, infatti, non recede dalla decisione di 'appoggiare il governo dell'esterno, e sull'Afghanistan, ribadisce la decisione già presa: "Non voterò il decreto e se mi facessero pressioni - avverte - me ne starò nella mia città a zappare la terra".
La solidarietà "politica e morale" al compagno espulso arriva dagli altri militanti di Sinistra Critica. Seduti allo stesso tavolo con Turigliatto, ci sono Gigi Malabarba, altro ex senatore del Prc, e Salvatore Cannavò, deputato, che va oltre: annuncia la decisione di non partecipare domani al voto di fiducia al governo e si "autosospende" dal gruppo della Camera e dalla direzione in attesa della conferenza d'organizzazione prevista per fine marzo, nella quale Rifondazione darà vita al partito della Sinistra europea, mentre Sinistra Critica presenterà un documento contro l'espulsione del senatore.
"Da quello che succederà lì - spiega Cannavò - trarremo le conseguenze politiche per il futuro". L'espulsione di Turigliatto spinge Sinistra Critica a lanciare un'offensiva polemica contro il partito, reo di "aver scelto una linea governista". Ed è proprio contro l'errore di Rifondazione nell'appoggiare il governo che Cannavò, a nome di tutta la minoranza, chiede la convocazione di "un congresso straordinario visto che la linea scelta nel congresso di Venezia é fallita". Rifondazione, attacca Sinistra Critica, "ha smarrito la bussola".
Di più, "é messa all'angolo dall'offensiva centrista", così come il governo che, per Turigliatto, "criminalizza me e Rossi per nascondere una debolezza sociale. Non durerà- è la previsione - perché taglia il ramo su cui è seduto, il suo elettorato e deluso". Mentre vertici del partito e base parlamentare chiudono il caso, solidarietà a Turigliatto arriva da un altro senatore (ex) 'dissidente', Fosco Giannini che si dice contrario all'espulsione e avverte: "I gravi problemi politici e le contraddizioni di fase non possono risolversi con le misure disciplinari".
Se questa si chiama democrazia, stiamo freschi. Da un governo che ha consentito l’arresto di alcuni giovani perché attaccavano manifesti politici non c’è da aspettarsi proprio niente di meglio.
Caso strano hanno ritirato fuori le BR in concomitanza con la manifestazione contro la base militare a Vicenza. La strategia della tensione vi dice niente?
Beata ignoranza. Gli italiani hanno la memoria corta e i politici ci sguazzano.
E i cetrioli fanno sempre la stessa fine…
A proposito, il problema del precariato non era nel programma del centrosinistra? Nei 12 punti fissati da Prodi nel documento presentato al governo dopo la crisi, l'argomento precariato non c'è più… Ops… Gli dev’essere sfuggito…
L’essere umano tende per sua natura a difendersi da attacchi esterni, veri o presunti, fisici o verbali. Questo atteggiamento sfocia quasi sempre in una mancanza di dialogo tra le persone, che porta a fraintendimenti e conflitti, ma soprattutto all’isolamento e alle divisioni, che rendono più deboli gli individui di fronte a nemici più grandi.
Per cambiare questo paese è indispensabile andare al di là delle divisioni, imparare ad ascoltare l’altro, prima di condannarlo. Se si è disposti a prestare un orecchio attento anche alle parole di persone che per modo di vivere, di pensare, di agire sono diverse da noi, si può a volte scoprire che ci sono degli obiettivi comuni.
Qualcuno sostiene che l’intelligenza di una persona si misura in base al grado di apertura mentale. E allora ho deciso di pubblicare qui un appello scritto da una persona molto diversa da me su un tema di cui ho parlato per settimane sul mio blog.
Sono parole che si scagliano contro chi calpesta i diritti dei cittadini, contro chi rende questo possibile perché incapace di fare fronte comune in nome di un bene superiore. Sono parole che fanno riflettere sul perché l’Italia oggi sia allo sbando, politicamente ed economicamente. Ma soprattutto moralmente.
Un appello a tutti; ma proprio a tutti
Se non vogliamo farci massacrare l'uno dopo l'altro serve un fronte garantista articolato, davvero trasversale e per nulla fazioso
Li uccisero l'uno dopo l'altro perché ognuno si era preoccupato solo di sé. Accadde ai Curiazi che vennero traditi dalla loro stessa foga e trafitti dall'ultimo Orazio che li aveva intelligentemente sgranati; accadde alle tribù galliche che s'infransero litigiose e disunite sul muro compatto dell'Antica Roma. Accadde alle nazioni indiane d'America che, divise tra loro da avversioni ancestrali anche legittime, non seppero fare quadrato per resistere all'invasione genocida dell'infido viso pallido. Accadde ai comunisti libertari e agli anarchici durante gli anni Trenta che, disorganizzati e reciprocamente ostili, finirono schiacciati e polverizzati dalla macina stalinista. Accadde a tutte le formazioni politiche d'opposizione degli anni Settanta in Italia, più impegnate a farsi la guerra tra di loro (rossi contro neri ma, soprattutto, rossi contro rossi e neri contro neri) che non a difendere gli spazi di libertà che venivano soffocati giorno dopo giorno.
La storia è maestra di vita dicevano i nostri antenati. L'esperienza non serve, replicava Mussolini, perché per chi l'ha già fatta oramai è troppo tardi e chi ancora la deve fare non ascolta mai. Ed eccoci di nuovo a farci schiacciare, tutti, da pratiche liberticide, più impegnati a inveire gli uni contro gli altri che non a preoccuparci del bene comune. Lo stalinismo al caviale dei nostri giorni sta triturando tutto, in ogni campo. A cominciare dagli ultrà contro i quali si è istituito un provvedimento di restrizione di libertà per semplice sospetto di potenziale agitazione futura, un casus che può essere determinato da qualsiasi Questura. Non si rammenta dittatura che abbia formalizzato provvedimenti di tal natura. Ma le menti sopraffine vanno oltre: per gli ultrà si propongono sette anni di “rieducazione” (come nei campi di prigionia asiatici) da scontare nei servizi sociali. E tutti ad applaudire perché la gran massa disprezza gli ultrà. Tutti a perdersi in disquisizioni su quanto abbiano torto e se siano o meno esseri civili. Nessuno che abbia l'intelligenza e il riflesso politico (da appartenenza alla Polis) di reagire in nome del Diritto Romano e delle più elementari garanzie di libertà. E fuori uno: l'ultrà (che è un fenomeno sociologico emblematico), che muoia pure da solo! Blitz anti-BR. Non è dato sapere esattamente quali siano le prove a carico, ma non se ne parla affatto, non interessa. Intanto vengono arrestati e incriminati per “istigazione a delinquere” dei loro simpatizzanti perché hanno affisso manifesti nei quali si chiede la loro liberazione. Qualcuno è balzato sulla sedia per questa violazione palese di ogni diritto elementare? Macché. Le sinistre bene si sperticano invece a chiedere l'incriminazione di altri sostenitori dell'innocenza dei loro compagni perché hanno esposto uno striscione in tal senso a Vicenza. E dall'altra parte dello steccato si dà per scontato che chi è stato arrestato sia colpevole. E si gode persino per l'arresto dei loro simpatizzanti. Tanto che importa: sono zecche, che muoiano pure! E fuori un altro! A Milano viene arrestato un minorenne di Forza Nuova per rissa e questo molti mesi dopo i fatti e benché ogni ricostruzione dimostri che era stato semplicemente aggredito. Tutto tace. A Roma viene processato e condannato Luigi Ciavardini per rapina. Parliamo di una persona che già era stata condannata anni fa per una rapina che non aveva compiuto e rispetto alla quale fu successivamente scagionata. Stavolta lo hanno arrestato perché è stato reperito un velo d'impronta digitale compatibile con le sue su di una busta che avrebbe contenuto una pistola usata per quella rapina in banca. Benché la busta sia di colore diverso da quella riconosciuta dalla teste che l'aveva segnalata agli inquirenti, il fatto è stato considerato irrilevante. Ci sono però numerose testimonianze di persone incensurate, che vivono alla luce del sole, che si trovavano con Ciavardini quel giorno, proprio a quell'ora in tutt'altro posto. C'è poi un testimone oculare della rapina che, messo a confronto con l'imputato, ha escluso che fosse lui il rapinatore. Risultato? Condannato, in rito abbreviato, a sette anni e quattro mesi quando la pubblica accusa, sottolineando addirittura l'incertezza delle prove, aveva chiesto quattro anni e quattro mesi di detenzione! Ma Ciavardini è una bestia nera. Sta per affrontare
Perché siamo colpevoli tutti, tutti noi: bianchi, rossi, neri o grigi, noi che, ottusi e arroganti, pretendiamo libertà e giustizia solo per quelli che ci sono affini, per chi consideriamo come il prolungamento del nostro io. Per noi che godiamo della giustizia sommaria amministrata contro gli altri, che ci eccitiamo per il loro linciaggio. Ed è proprio per questo che ci passano sopra con i cingolati. Se si alzassero più voci in difesa del Diritto Romano, della libertà e della dignità della persona, di qualunque persona, di qualunque parte essa sia, forse, allora, la macina s'incepperebbe. Ma chi è disposto ad incepparla la macina?
Cari compagni: non difendendo gli ultrà, i forzanovisti e Ciavardini, uomini di serie B, individui da eliminare o da rieducare, state condannando proprio voi al carcere e all'esilio quelli che solidarizzano con i vostri compagni! Perché, isolando i casi, isolate anche il vostro e rendete partigiano (ovvero di parte, quindi non credibile) il vostro impegno per la libertà. Cari camerati, non difendendo gli ultrà e i comunisti, perseguitati per ragioni ideologiche ma comunque untermenschen che possono pure crepare, stiamo carcerandolo noi Luigi! Per le stesse identiche ragioni testé esposte. Allora vi chiedo, agli uni come agli altri: siamo disposti, tutti, a continuare a fare da carcerieri di noi stessi o vogliamo recuperare insieme la libertà? Come? Con un fronte garantista spontaneo, non organizzato, non coordinato, ma che si batta sempre e comunque, a gran voce, per le garanzie di tutti. Qualcosa che, difendendo tutti quelli che sono oggetto di violazioni palesi del Diritto, non sarà di parte ma di Polis, dunque credibile, articolato, in grado di allargare le simpatie e pertanto con possibilità di successo. In altre parole vi chiedo: preferite giocare sulla pelle dei vostri compagni o camerati a fare i Rockers e i Mods o volete preoccuparvi del bene comune e dell'avvenire di questo paese?
Attendo risposta.
Gabriele Adinolfi
Caro Adinolfi, sono con te. Avversari degni di questo nome, sono capaci di stringersi la mano e riconoscere la ragione degli altri quando esprimono idee condivisibili come queste. Basta con stupidi muri e steccati eretti a protezione del nostro piccolo orto, in attesa che un guru si metta alla testa di una rivoluzione contro i mulini a vento in nome dei codardi che restano a guardare mentre i potenti lo prendono a mazzate.
Agire tutti, in prima persona. Insieme. Nessuno prenderà a cuore le nostre esigenze e i nostri diritti se non siamo noi i primi a farlo.
Mai sentito parlare di Wind/Infostrada? Avete presente la pubblicità con Fiorello e Mike Bongiorno? Volete vedere un cartoon sugli esternalizzati Wind?
Chi sono? Si tratta di lavoratori a tempo indeterminato del call center Wind di Sesto San Giovanni che verranno ceduti a un’azienda esterna: diventeranno precari, subiranno una riduzione del loro stipendio o, peggio, il licenziamento.
Per gentile concessione dell’autore, Nicola Brusco del blog Movimento Laureati, posto qui il suo cartoon. Spiega perfettamente senza giri di parole come stanno veramente le cose.
Altro che televisione…
La manifestazione di sabato a Vicenza per protestare contro l’allargamento della base militare americana ha avuto molto successo. In molti vi hanno partecipato, da tutta Italia.
Allora perché non riusciamo ad ottenere lo stesso per il problema del precariato, che incide pesantemente sulla vita delle persone ed impedisce ai giovani di costruirsi un futuro?
Il fiume pacifico di persone che ha invaso Vicenza non nasce dal niente, ma è il frutto di mesi di lotta da parte di cittadini determinati e non politicizzati, al contrario di quanto riportato dai telegiornali, che hanno liquidato l’evento come “una contestazione di estremisti di sinistra”.
Dal sito http://www.notav.eu il resoconto della nascita di un movimento che può essere da esempio anche per noi giovani precari:
“Dopo che per mesi Governo e Comune si sono rimpallati la responsabilità della decisione, l’Esecutivo nazionale ha ceduto all’ultimatum statunitense: «il Governo non si oppone alla nuova base Usa», ha sentenziato Romano Prodi. Dopo appena due ore, migliaia di vicentini sfilavano per le strade del centro cittadino.
Chi pensava di aver chiuso la partita ha dovuto ricredersi, perché Vicenza si è mobilitata, ha invaso le strade, ha costruito il presidio permanente.
Otto mesi di mobilitazioni, culminate con la grandiosa manifestazione dello scorso 2 dicembre – quando 30 mila persone sfilarono dalla Ederle al Dal Molin, hanno dimostrato la forte contrarietà della popolazione alla nuova installazione militare. Ma il Governo, dopo aver più volte ribadito la centralità dell’opinione della comunità locale, ha ceduto agli interessi economici e militari.
In tutto questo pesa come un macigno anche la posizione dell’Amministrazione Comunale che, forte dell’assenso dato dal Governo Berlusconi all’operazione, prima ha nascosto ai cittadini il progetto per tre anni e poi, snobbando la contrarietà della popolazione, lo ha approvato durante un Consiglio Comunale blindato e contestato; infine ha negato ai cittadini la possibilità di esprimersi attraverso il referendum.
Nonostante tutto questo a Vicenza è successo qualcosa di nuovo: Vicenza non si è arresa alle imposizioni. In questo percorso abbiamo trovato donne e uomini, studenti e anziani, lavoratori e professionisti; li abbiamo incrociati nelle mobilitazioni, abbiamo discusso con loro alle assemblee pubbliche ed ai convegni. Insieme abbiamo costruito il Presidio Permanente, un luogo attraversato da migliaia di persone in pochi giorni.
Vicenza non si è arresa alle imposizioni.
Vicenza non vuole una nuova base militare al Dal Molin.
Vicenza si è mobilitata.
Migliaia di persone hanno occupato i binari della stazione appena due ore dopo la conferenza stampa di Romano Prodi; e nei giorni successivi una serie di iniziative, dalla manifestazione degli studenti ai presidi in Municipio e in Prefettura, hanno confermato la determinazione dei cittadini.
La nostra città ha riscoperto la dimensione comunitaria e popolare, ha riattivato le reti di solidarietà che in altri contesti – per esempio a Scanzano Ionico o in Val di Susa – hanno permesso di fermare dei progetti devastanti.
Da ogni parte d’Italia ci è arrivata un immensa solidarietà, un caloroso sostegno. Manifestazioni e presidi si sono svolti in questi giorni in ogni angolo del Paese. Contro una scelta contrastata dalla comunità locale ovunque si manifesta e si discute.
Il nostro cammino è appena all’inizio. Nulla si è concluso con l’espressione del parere governativo. Cittadini, associazioni e organizzazioni sindacali hanno deciso di opporsi; molti parlamentari si sono auto-sospesi. Vicenza vuole fermare questo scempio, se necessario anche seguendo l’invito di molti a mettere pacificamente in gioco i propri corpi.
Vogliamo dare una voce unitaria, pacifica e determinata a questo sdegno. Vicenza chiama tutti a mobilitarsi contro la militarizzazione di una città, contro la costruzione di una base che sorgerà a meno di due chilometri dalla basilica palladiana, consumerà tanta acqua quanta quella di cui hanno bisogno 30 mila cittadini, costerà ai contribuenti milioni di euro (il 41% delle spese di mantenimento delle basi militari Usa nel nostro territorio è coperto dallo Stato Italiano), sarà l’avamposto per le future guerre.
Vicenza vuole costruire una grande manifestazione nazionale per il 17 febbraio; vogliamo colorare le nostre strade con le bandiere arcobaleno e quelle contro il Dal Molin, ma anche con quelle per la difesa dei beni comuni e della terra, del lavoro e della dignità e qualità della vita. Un corteo plurale e popolare, capace di aggregare le tante sensibilità che in questi mesi hanno deciso di contrastare il Dal Molin, perché siamo convinti che le diversità siano un tesoro da valorizzare così come l’unità sia uno strumento da ricercare per vincere questa sfida.
Ai politici e agli uomini di partito che condividono la responsabilità di Governo locale e nazionale rivolgiamo l’invito a partecipare senza le proprie bandiere; vi chiediamo un segno di rispetto verso le tante donne e i tanti uomini che in questi giorni si sono sentiti traditi dai partiti e dalle istituzioni; vi chiediamo, anche, di valorizzare la scelta di quanti, in questi giorni, hanno scelto di dimettersi o auto-sospendersi in segno di protesta. Una protesta che, auspichiamo, dovrà avere ulteriori riscontri se il Governo non recederà dalle sue decisioni.
Noi siamo contro il Dal Molin per ragioni urbanistiche, ambientali, sociali; ma, anche, perché ripudiamo la guerra. Proprio per questo non accettiamo alcun vergognoso baratto con il rifinanziamento della missione in Afghanistan.
La nostra lotta non si è esaurita. A Vicenza, il 17 febbraio, contro ogni nuova base militare, per la desecretazione degli accordi bilaterali che regolano la presenza delle basi, per la difesa della terra e dei beni comuni, per un reale protagonismo delle comunità locali e dei cittadini.
Il futuro è nelle nostre mani: difendiamo la terra per un domani senza basi di guerra.
Il 17 febbraio tutti a Vicenza!
Presidio Permanente contro il Dal Molin
Per info e adesioni nodalmolin@libero.it
I cambiamenti non avvengono dall’oggi al domani. Richiedono pazienza e impegno, collaborazione e caparbietà.
Ma è possibile ottenere un miglioramento all’interno della società. È sufficiente iniziare per innescare un circolo virtuoso e portare sempre più persone dalla nostra parte.